DIRETTORE GIUSEPPE GRAZIOLI

REGIA,SCENE,VIDEO GIORGIO BARBERI CORSETTI

PIERRICK SORIN

PALLA DE’MOZZI ELIA FABBIAN/ANGELO VECCIA

SIGNORELLO LEONARDO CALMI/LORENZO DECARO

IL MONTELABRO FRANCESCO VERNA/ANDREA V.BONSIGNORE

ANNA BIANCA FRANCESCA TIBURZI /ASTRIK KHANHAMIRYAN

Gino Marinuzzi (1882-1945) è noto come direttore d’orchestra – trai più apprezzati dai critici come lo era per le sue doti umane tra gli orchestrali – ma poco noto come musicista. Scrisse poche e sfortunate opere ed una Suite siciliana orchestrale, citata in una canzone di Fabrizio De André.

Amico ed entusiastico estimatore di Puccini, diresse magistralmente molte opere del Maestro lucchese, ma effettuò anche coraggiosi répéchages di musiche antiche e, soprattutto, diffuse in Italia – paese sempre un po’ scettico verso la cultura d’Oltralpe – il repertorio di Wagner e di Richard Strauss.

L’opera debuttò alla Scala nel 1932 e fu ripresa con successo fino al 1942. Essa si inserisce nel filone medieval-rinascimentale, al quale appartengono drammi e melodrammi dalle corrusche vicende, come Cena delle beffe, nota anche ai cinefili, la Partita a scacchi, col proverbiale paggio Fernando, e l’amato Gianni Schicchi, non a caso creatura di Giovacchino Forzano (1883-1970), librettista anche dell’opera in oggetto.

E proprio il libretto – con la sua enfasi patriottica, con i suoi personaggi stereotipati, con il linguaggio decadente a volte roboante a volte banalmente prosastico – costituisce il tallone d’Achille, almeno per il pubblico contemporaneo, di tutta l’opera.

Il capitano di ventura Palla de’Mozzi, ghibellino, assedia ed espugna a fatica un castello guelfo. La figlia del feudatario, una fanciulla di estenuata purezza, cerca di sedurre il figlio di Palla, Signorello, per ottenere da lui la fuga del proprio padre, sconfitto ed ora incarcerato. Trai due nasce però un amore verginale che allontanerà il ragazzo dalla brutalità guerresca del padre. Quest’ultimo, di fronte alla fuga del nemico imprigionato, preferirà darsi la morte piuttosto che condannare per tradimento il figlio, colpevole solo di idealismo e buoni sentimenti. Come orazione funebre Signorello proprio canterà un inno a Giovanni dalle Bande Nere, esempio per il loro esercito, visto quale “risorgimentale” unificatore e pacificatore d’ Italia.

Numerose le citazioni topiche da altri melodrammi, mentre la musica cerca di coniugare suggestioni tedesche novecentesche con la grande tradizione melodrammatica italiana. In particolare Marinuzzi introduce lunghi brani sinfonici a scena vuota, seguendo l’esempio wagneriano e riproducendo raffinate sonorità straussiane: bellissimi i finali di atto, con la musica che si rarefa lentamente fino al silenzio.

I registi, Giorgio Barberio Corsetti e Pierrick Sorin hanno riempito scenicamente questi lunghi brani orchestrali con interventi mimici del bravo Julien Lambert interventi che a volte sono apparsi fuori luogo perché troppo caricaturali, ma che comunque sono stati necessari per superare l’horror vacui dello spettatore contemporaneo.

L’esecuzione è stata di alto profilo.

La complessità della musica non ha spaventato le masse artistiche. Il coro, preparato da Donato Sivo, ha cantato sempre bene, nei pochi interventi tenui e nei molti aggressivi e altisonanti. Breve e gradevole la partecipazione del coro di voci bianche diretto da Enrico De Maria.

Ottima l’orchestra chiamata a numerose parte solistiche, tutte risolte con inappuntabile professionalità.

Molto apprezzato e applaudito dal pubblico e dagli orchestrali il direttore Giuseppe Grazioli

che ha affrontato con decisione ma senza enfasi i toni stentorei della partitura e ne ha sottolineato con delicatezza i momenti più lirici e suadenti.

La regia ha usato una tecnica modernissima già sperimentata per La pietra di paragone, sempre in questo teatro. I cantanti che si muovono su un palco spoglio vengono ripresi da telecamere e proiettati su uno schermo gigante sul fondo, con l’aggiunta di elementi scenografici virtuali. L’esperimento è molto suggestivo ma forse da usare in un repertorio – come la commedia settecentesca – che richiede molta abilità scenica. Il repertorio tragico, però, sottopone i cantanti, oltretutto pesantemente truccati, a sforzi notevoli vocali; risulta ingeneroso, pertanto, ingrandirli in un troppo veristico primo piano.

I cantanti hanno mostrato buone capacità attoriali e forte tenuta, nella declamazione cantata sempre molto stentorea.

Il protagonista, un baritono eroico quasi verdiano, era interpretato da Elia Fabbian, imponente e bellicoso nella prima compagnia, da Angelo Veccia più intimo e contenuto, nella seconda.

Signorello, il figlio tormentato ma ubbidiente, è stato impersonato da cantanti di ottima presenza scenica, come il ruolo richiede: Leonardo Caimi, specialista del repertorio verista, ha evidenziato il lato “cortese” e cavalleresco del personaggio, Lorenzo Decaro ha sfoggiato una tenorilità più eroica ed esuberante.

Francesca Tiburzi ha presentato bella vocalità, nel ruolo sopranile di Anna Bianca,, mentre Astrik Khanamiryan, nella seconda compagnia, aveva una voce un po’ leggera per il ruolo. Entrambe hanno fatto desiderare una maggiore incisività scenica; ma il ruolo è particolarmente ingrato, pretendendo insieme la delicatezza di Liù e la drammaticità di Tosca.

La breve parte dello sconfitto Montelabro è stata ben sostenuta da Francesco Verna e successivamente da Vincenzo Bonsignore.

Ottimi tutti i comprimari, ognuno dei quali, tuttavia, secondo l’estetica tardo melodrammatica, ha il suo momento di importante rilievo solistico.

In particolare, una notevole performance musicale e scenica si è avuta nel quartetto di genere dei soldatacci di Palla, che insidiano Anna Bianca, rimpiangono la pace casalinga, infine si lasciano corrompere dall’oro. Un vivace quadretto che oscilla fra i ministri di Turandot e le maschere truffaldine di Ariadne auf Naxos. Validi gli interpreti: Luca Dall’Amico, Murat Guvem Andrea Galli e Matteo Loi.

Successo caloroso da parte di un pubblico che si lascia virtuosamente convincere dal Teatro ad interessarsi anche ad un repertorio un po’ ostico e sconosciuto, certo, ma che ha in serbo sempre momenti sorprendenti.

Gino #Marinuzzi (1882-1945) è noto come direttore d’orchestra – trai più apprezzati dai critici come lo era per le sue doti umane tra gli orchestrali – ma poco noto come musicista. Scrisse poche e sfortunate opere ed una Suite siciliana orchestrale, citata in una canzone di Fabrizio #De André.

Amico ed entusiastico estimatore di #Puccini, diresse magistralmente molte opere del Maestro lucchese, ma effettuò anche coraggiosi répéchages di musiche antiche e, soprattutto, diffuse in Italia – paese sempre un po’ scettico verso la cultura d’Oltralpe – il repertorio di #Wagner e di Richard #Strauss.

L’opera debuttò alla Scala nel 1932 e fu ripresa con successo fino al 1942. Essa si inserisce nel filone medieval-rinascimentale, al quale appartengono drammi e melodrammi dalle corrusche vicende, come Cena delle beffe, nota anche ai cinefili, la Partita a scacchi, col proverbiale paggio Fernando, e l’amato Gianni Schicchi, non a caso creatura di Giovacchino #Forzano (1883-1970), librettista anche dell’opera in oggetto.

E proprio il libretto – con la sua enfasi patriottica, con i suoi personaggi stereotipati, con il linguaggio decadente a volte roboante a volte banalmente prosastico – costituisce il tallone d’Achille, almeno per il pubblico contemporaneo, di tutta l’opera.

Il capitano di ventura Palla de’Mozzi, ghibellino, assedia ed espugna a fatica un castello guelfo. La figlia del feudatario, una fanciulla di estenuata purezza, cerca di sedurre il figlio di Palla, Signorello, per ottenere da lui la fuga del proprio padre, sconfitto ed ora incarcerato. Trai due nasce però un amore verginale che allontanerà il ragazzo dalla brutalità guerresca del padre. Quest’ultimo, di fronte alla fuga del nemico imprigionato, preferirà darsi la morte piuttosto che condannare per tradimento il figlio, colpevole solo di idealismo e buoni sentimenti. Come orazione funebre Signorello proprio canterà un inno a Giovanni dalle Bande Nere, esempio per il loro esercito, visto quale “risorgimentale” unificatore e pacificatore d’ Italia.

Numerose le citazioni topiche da altri melodrammi, mentre la musica cerca di coniugare suggestioni tedesche novecentesche con la grande tradizione melodrammatica italiana. In particolare Marinuzzi introduce lunghi brani sinfonici a scena vuota, seguendo l’esempio wagneriano e riproducendo raffinate sonorità straussiane: bellissimi i finali di atto, con la musica che si rarefa lentamente fino al silenzio.

I registi, Giorgio Barberio #Corsetti e Pierrick #Sorin hanno riempito scenicamente questi lunghi brani orchestrali con interventi mimici del bravo Julien #Lambert interventi che a volte sono apparsi fuori luogo perché troppo caricaturali, ma che comunque sono stati necessari per superare l’horror vacui dello spettatore contemporaneo.

L’esecuzione è stata di alto profilo.

La complessità della musica non ha spaventato le masse artistiche. Il coro, preparato da Donato#Sivo, ha cantato sempre bene, nei pochi interventi tenui e nei molti aggressivi e altisonanti. Breve e gradevole la partecipazione del coro di voci bianche diretto da Enrico #e Maria.

Ottima l’orchestra chiamata a numerose parte solistiche, tutte risolte con inappuntabile professionalità.

Molto apprezzato e applaudito dal pubblico e dagli orchestrali il direttore Giuseppe #Grazioli

che ha affrontato con decisione ma senza enfasi i toni stentorei della partitura e ne ha sottolineato con delicatezza i momenti più lirici e suadenti.

La regia ha usato una tecnica modernissima già sperimentata per La pietra di paragone, sempre in questo teatro. I cantanti che si muovono su un palco spoglio vengono ripresi da telecamere e proiettati su uno schermo gigante sul fondo, con l’aggiunta di elementi scenografici virtuali. L’esperimento è molto suggestivo ma forse da usare in un repertorio – come la commedia settecentesca – che richiede molta abilità scenica. Il repertorio tragico, però, sottopone i cantanti, oltretutto pesantemente truccati, a sforzi notevoli vocali; risulta ingeneroso, pertanto, ingrandirli in un troppo veristico primo piano.

I cantanti hanno mostrato buone capacità attoriali e forte tenuta, nella declamazione cantata sempre molto stentorea.

Il protagonista, un baritono eroico quasi verdiano, era interpretato da Elia #Fabbian, imponente e bellicoso nella prima compagnia, da Angelo #Veccia più intimo e contenuto, nella seconda.

Signorello, il figlio tormentato ma ubbidiente, è stato impersonato da cantanti di ottima presenza scenica, come il ruolo richiede :Leonardo #Caimi, specialista del repertorio verista, ha evidenziato il lato “cortese” e cavalleresco del personaggio, Lorenzo #Decaro ha sfoggiato una tenorilità più eroica ed esuberante.

Francesca #Tiburzi ha presentato bella vocalità, nel ruolo sopranile di Anna Bianca, mentre Astrik #Khanamiryan, nella seconda compagnia, aveva una voce un po’ leggera per il ruolo. Entrambe hanno fatto desiderare una maggiore incisività scenica; ma il ruolo è particolarmente ingrato, pretendendo insieme la delicatezza di Liù e la drammaticità di Tosca.

La breve parte dello sconfitto Montelabro è stata ben sostenuta da Francesco #Verna e successivamente da Vincenzo #Bonsignore.

Ottimi tutti i comprimari, ognuno dei quali, tuttavia, secondo l’estetica tardo melodrammatica, ha il suo momento di importante rilievo solistico.

In particolare, una notevole performance musicale e scenica si è avuta nel quartetto di genere dei soldatacci di Palla, che insidiano Anna Bianca, rimpiangono la pace casalinga, infine si lasciano corrompere dall’oro. Un vivace quadretto che oscilla fra i ministri di Turandot e le maschere truffaldine di Ariadne auf Naxos. Validi gli interpreti: Luca #Dall’Amico, Murat #Guvem ,Andrea #Galli e Matteo #Loi.

Successo caloroso da parte di un pubblico che si lascia virtuosamente convincere dal Teatro ad interessarsi anche ad un repertorio un po’ ostico e sconosciuto, certo, ma che ha in serbo sempre momenti sorprendenti.

ALBERTO MANCINI